giovedì 9 dicembre 2010

Il buio di vicolo D'Agata

Una volta a Roma, prima di imboccare vicolo D’Agata di notte, dovevi accertarti che non ci fosse lo Spettro se non volevi essere assalito da una valanga di bestemmie e insulti che avrebbero persuaso a tornare sui suoi passi l’uomo più imprudente di questo mondo. Ma c’era solo un modo per sincerarsi della presenza dello Spettro, data l’oscurità quasi completa del vicolo scarsamente illuminato. Percorrerlo. A volte ti andava bene. Lo Spettro non era ancora arrivato, o quella notte non sarebbe giunto affatto. A volte ti andava male. Lo Spettro era in piena “terapia”. In ogni modo, per non rischiare di morire di crepacuore, la gente preferiva allungare il giro sperando che prima o poi le forze dell’ordine avrebbero portato via quel disgraziato che, in pieno giorno in un luogo qualsiasi, per la raffinatezza dei suoi abiti e l’affascinante classe di cui era imbevuto, avresti scambiato per un ricco industriale o un noto avvocato.
Quel soprannome gli era stato affibbiato per i finissimi capelli bianchi come ragnatele che fluttuavano nella notte come una lucente medusa nelle scure acque marine. Cosa lo Spettro facesse in quel vicolo e perché si accanisse contro chiunque osasse attraversarlo lo scoprii durante una fredda notte invernale, quando ebbi la fortuna di essere invitato a cena in via Magliotti.
Il civico era il 34 e la facciata est del palazzo si affacciava direttamente su vicolo d’Agata. Sapevo dello Spettro. Anch’io una volta sperimentai il terrore palpitante della sua voce furente che con veemenza mi costrinse a cambiare strada quando decisi tagliare per il vicolo per accorciare il tragitto.
In ascensore sperai che da almeno una stanza dell’appartamento avrei potuto scorgere la stretta e umida strada sottostante, della quale posso dire di non averne mai visto un’altra immersa in un’oscurità maggiore.
Duilio, il padrone di casa, mi disse che l’unica camera che dava su vicolo D’Agata era il bagno di servizio, così mi ci feci accompagnare, aprii la finestra e scrutai verso il basso, distinguendo una coppia passeggiare tranquillamente sui sanpietrini lucidi dalla pioggia caduta fino a qualche minuto prima. Ma non udii alcun grido. Nessuno si avventò sui fidanzati latrando come un demonio ubriaco ed essi arrivarono sino in fondo, sani e salvi, scomparendo dopo aver voltato l’angolo.
- E’ presto. – disse Duilio per il quale era chiarissima la ragione della mia curiosità.
Mi scostai dal davanzale e mi voltai verso di lui.
- Secondo te arriva? – chiesi.
- Ormai viene ogni giorno. -
- A che ora? -
- Di solito verso le undici. -
Duilio mi raccontò che le serate più divertenti le aveva trascorse con Benedetta affacciato alla finestra del bagnetto a osservare lo Spettro mettere in fuga chiunque osasse addentrarsi nella viuzza. Aveva il suo bel da fare soprattutto nel fine settimana, quando il via vai si faceva più fitto e doveva correre comicamente da un’estremità all’altra del vicolo come una pallina da ping pong per bloccare il flusso di gente sgolandosi a più non posso. Se nessuno aveva ancora fatto nulla per portarlo via di lì era perché quell’uomo, mi spiegò Duilio, aveva conoscenze di un certo peso nell’Arma dei Carabinieri.
Andammo a cena e su mia insistenza si parlò dello Spettro.
Seppi che quando non era impegnato a scacciare passanti sgraditi, l’uomo restava immobile al centro del vicolo, gli occhi chiusi e le gambe leggermente divaricate. Non faceva nulla fuorché respirare. Inalava aria, gonfiando il petto, trattenendola nei polmoni, per poi soffiarla fuori, lentamente, producendo il rumore di un pallone che si sgonfia. Poi, appena un passo disturbava la sua concentrazione, si voltava in cagnesco verso l’ingresso del vicolo scagliandosi contro il povero passante a prescindere da chi esso fosse. Oltre a una serie infinita di improperi blaterava frasi sconnesse che avevano a che fare col buio che lo circondava. Il miglior buio della città... e gli altri non avevano il diritto di portarglielo via! Era suo, l’aveva trovato per primo. Fresco, scurissimo, un buio di prima qualità.
Trascorreva nel vicolo anche tre, quattro ore, respirando profondamente la nera aria della notte e aggredendo con discorsi deliranti chi di tanto in tanto aveva la pessima idea di tagliare per vicolo D’Agata. Null’altro.
Null’altro? Volevo vederlo assolutamente!
La cena era terminata e la mia curiosità era montata come panna. Non me ne fregava niente di Duilio che monologava su quanto soddisfatto fosse, dopo aver tanto tribolato, di essere riuscito a sfondare come scenografo, trasferendosi da Milano a Roma. Lo ascoltai per cortesia, annuendo costantemente, giocherellando distratto col cucchiaino del caffé nella tazzina. A soccorrermi fu Benedetta che, alzandosi per sparecchiare, ci informò che erano quasi le undici.
Io e Duilio andammo in bagno. Era passato a descrivermi il laboratorio che aveva aperto sulla Tuscolana, ma le sue parole mi arrivavano vaghe e senza importanza.
Eccola là! La vedevo! Quella testa canuta, dieci metri più in basso, al centro del vicolo dove non un lampione era stato installato, dove non la vetrina di un ristorantino o le luci di un seminterrato rischiaravano le fredde mura che lo delimitavano.
Feci cenno a Duilio di zittirsi e indicai lo Spettro con un dito. L’uomo si stava comportando esattamente come Duilio e Benedetta mi avevano descritto durante la cena. Immobile, respirava a pieni polmoni sbuffando profondamente. Non fece altro per un bel pezzo, circa un quarto d’ora, quando due ragazzi si infilarono nel vicolo chiacchierando animatamente. Con la foga di un leone lo Spettro, sgolando il proprio odio, balzò contro gli intrusi. Si sbracciava, sbatteva i piedi, saltava avanti e indietro come un selvaggio intorno a un totem.
Non trovavo alcun senso in ciò che urlava.
Il buio è mio! Il buio è prezioso!
Porci ladri! Andate a rubarlo da qualche altra parte!
I ragazzi lo guardarono atterriti. Quello più alto, dopo aver capito dov’erano capitati leggendo l’indirizzo sulla lastra di marmo, strattonò l’amico per la giacca. Senza voltare le spalle allo Spettro i due fecero marcia indietro. L’uomo parve calmarsi. Si lisciò l’elegante cappotto con i palmi delle mani e tornò al centro della stradina, riprendendo quel bizzarro esercizio respiratorio in totale concentrazione.
Una volta a Roma, prima di imboccare vicolo D’Agata di notte, dovevi controllare che non ci fosse lo Spettro... Ora non più.
Lo Spettro è morto.
Una sera un gruppo di hooligans del Manchester in trasferta romana per i quarti di Champions ha intuito che la via più breve per il Sir Daniel’s Pub era svoltare per vicolo D’Agata...
La polizia, dopo i primi accertamenti sulla vittima pestata a sangue, fece una scoperta eccezionale.
Lo Spettro, che di nome faceva Eugenio Ramarri, era nato nel 1878. Aveva 132 anni. Nel suo appartamento fu ritrovato un diario le cui pagine svelavano il mistero delle sue notti nel vicolo oscuro.

Il buio dentro il nostro corpo. Ci penso continuamente. C’è luce dentro di noi?
Nei polmoni, nelle vene, reni, milza, retto, prostata, cavità, mucose, tra un osso e l’altro è buio totale o un po’ di luce dall’esterno riesce a filtrare attraverso la pelle?
Il corpo come scatola. Contenitore di buio.
Mi piacerebbe essere sincerato del livello di oscurità dentro di me, visto che la porto appresso ovunque vado, ovunque mi siedo, mentre parlo, grido, lavoro.
Il buio. Lo sento parte dell’organismo, vivo come ogni cellula, indispensabile come il sangue.
Si sta ammalando anche lui.
Pensate ciò che volete, datemi del pazzo, ma io mi sento spaventosamente bisognoso di una urgente trasfusione di buio, come una stanza chiusa da troppo tempo ha bisogno di spalancare le finestre per tornare a respirare.
Del buon buio. Il migliore della città. Fresco, vitale!
E so dove catturarlo!


Non abito più a Roma. Ho fatto come Duilio, ma al contrario. Milano!
Al TG delle 20.00 un servizio attira la mia attenzione.
Un inviato dà le spalle all’ingresso di vicolo D’Agata diventato, a quanto pare, la principale meta di pellegrinaggio della città. Respirare la sua aria di notte, afferma il giornalista, fa ringiovanire! Lo scetticismo degli scienziati non persuade i centinaia di visitatori che ogni sera affollano la via. Nessun cenno a Eugenio “Spettro” Ramarri. A breve il comune di Roma aprirà il vicolo al pubblico solo in precise fasce orarie e a pagamento. Il giornalista compie un passo a sinistra permettendo al cameraman di inquadrare il vicolo in profondità. Donne, uomini, vecchi e anche un paio di stralunati bambini condotti lì dai propri genitori fiutano l’aria come animali notturni, assimilando il potere benefico del buio di vicolo D’Agata.
Forse mi sbaglio, ma tra la folla, con gli occhi chiusi e il naso all’insù, mi sembra di riconoscere anche Duilio.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Mi sembra di vederlo.
Stupendo, come sempre Satan.

Sev

Filippo Santaniello ha detto...

Grazie!
Un abbraccio forte!

mattia ha detto...

non ho mai avuto tempo di leggere i tuoi scritti, questo è il primo e mi ha fatto venir voglia di leggere i passati.
stùpito!

Filippo Santaniello ha detto...

:D son felice! stammi bene!

PiX ha detto...

semplicemente fantastico!
ma qual è il vicolo d'agata che ti ha ispirato?

Filippo Santaniello ha detto...

in realtà non esiste.
il racconto nasce dalla considerazione che il nostro corpo dentro è buio, poi ci ho ricamato un po' sopra :D

PiX ha detto...

giusta considerazione (non ci avevo mai pensato)... ma leggendolo io non facevo che pensare a via delle isole: per me è quello vicolo d'agata!
... chissà, sarà quell'altro palazzone grigio che ne è limitrofo a farmela considerare, di notte, un posto dove vorrei non stare!