mercoledì 8 settembre 2010

Al posto del nero

Articolo apparso su Kromo n. 18 del 24 maggio 2010

A due mesi di distanza dalla morte di Piergiorgio Iannelli la famiglia ha acconsentito di rendere pubblica la lettera di addio che il noto scrittore ha steso durante i suoi ultimi giorni di vita.
Ritrovato nell’appartamento romano in cui viveva da tempo in completa solitudine il giorno del rinvenimento del corpo, il messaggio, scritto a mano su diversi fogli di carta, è l’ultima testimonianza di uno degli autori italiani le cui opere Le distanze del tempo, Veleno, Trenta bocche, rappresentano uno dei picchi più alti della letteratura contemporanea.
Nella sua introduzione Damiano Iannelli, padre di Piergiorgio, ci tiene a fornire alcune precisazioni riguardo la lettera che vi proponiamo in esclusiva assoluta.

Introduzione di Damiano Iannelli alla lettera del figlio

L’idea di pubblicare la lettera di Piergiorgio nacque nello stesso momento in cui passò dalle mani della polizia alle nostre.
Sia io che mia moglie siamo certi che é quello che mio figlio avrebbe voluto, ma se abbiamo atteso così a lungo è per un motivo tanto preciso quanto avvilente.
La prima volta che i miei occhi si sono posati sulla lettera ho pensato a uno scherzo, a un errore, non potevo credere che quello che stessi leggendo fosse stato scritto da una penna mossa dalla mano di mio figlio. Parole e intere frasi, vergate a mano con una calligrafia a volte tachigrafica, apparivano prive di senso, sconclusionate, composte da lettere alla rinfusa, tra ampi spazi, righe vuote e punteggiatura quasi del tutto inesistente. Impossibile coglierci un senso. Quello che tutt’ora mi viene in mente ripensando a quelle righe è un sorriso sdentato e irregolare su un volto abituato a sfoggiare da sempre una dentatura perfetta.
Il testo della lettera che state per leggere non è lontanamente paragonabile all’originale trovato nella camera da letto di Piergiorgio più di due mesi fa. E’ stato lavorato da un gruppo di esperti che si sono prodotti in una consistente opera di restauro proprio come accade alle facciate delle chiese per renderle gradite ai passanti.
Perché comprendiate meglio quanto detto riporto le prime tre righe della lettera così come mi apparve la prima volta:

So he l linuagio si rivlrà co chiroo
dl uto ffeabile.e. Nondipen dame Qllo e vichieo
è ptare zienza ditrare le dovuconclu a lettra comple.


Per quanto mi riguarda è stato deprimente accettare che un farneticare del genere appartenesse a mio figlio, ma la calligrafia non ha lasciato adito a dubbi e la profonda demenza degenerativa che l’ha colpito è l’unica giustificazione a un messaggio che molti di voi, so bene, faticheranno ad accettare come concepibile da quello che un tempo fu un intelletto di rara bellezza, la cui scomparsa non mancherà di tormentarmi ogni giorno della mia vita.

Ricostruzione testuale della lettera originale di Piergiorgio Iannelli

So che il mio linguaggio si rivelerà poco chiaro o del tutto inafferrabile.
Non dipende da me. Quello che vi chiedo è di portare pazienza e di trarre le dovute conclusioni a lettura completata.
(Se vi sarà possibile).
Non so bene da dove iniziare, mi è molto difficile trovare la concentrazione e organizzare le idee. Credo sia meglio scrivere di getto senza badare alla forma, visto che non esistono più parametri per distinguere quella corretta da quella sbagliata.
Se in passato l’idea di far sparire il mondo fantasticando a occhi chiusi era uno dei massimi sollievi, adesso sarei disposto a sparire io stesso se potessi ridare alla mia mente la capacità di lavorare limpidamente come una volta.
[porzione di testo indecifrabile]
Mi sto lasciando morire.
Non sento e non vedo nessuno da giorni, forse più di due settimane. Prima che lo staccassi il telefono squillava di continuo. Un’agonia. La maggior parte delle chiamate proveniva dalla casa editrice. Sapevo che prima o poi si sarebbe fatta viva per sapere a che punto é il romanzo, ma non immaginavo che avrebbe iniziato a farmi pressione così presto. Scrivo per loro da cinque anni e non ho mai mancato una scadenza. Cinque anni di soddisfazioni che hanno cancellato un passato di silenzi, rifiuti, tentativi, giornate trascorse a macchina con la sensazione di battere i tasti a vuoto, mentre il tetto della stanza si abbassa e ti soffoca, e non puoi far altro che affidarti ai pensieri per ricacciarlo verso l’alto come un coperchio di una pentola sull’acqua che bolle.
Io di pensieri non ne ho più e i pochi che riesco a produrre lui li soffoca sul nascere.
Che senso ha vivere in questa condizione?
[porzione di testo indecifrabile]
Ha appena suonato il citofono.
Se potessi azzittirei anche lui, ma le insistenze di chi, tre piani più in basso, si domanda che fine abbia fatto, sono decisamente inferiori alle chiamate che ricevevo durante tutto il giorno. Oltretutto mi chiedo come abbia fatto così tanta gente a scoprire il mio indirizzo noto a pochi amici carissimi. Sicuramente prima o poi la smetteranno di suonare sperando di ricevere risposta, come è altrettanto chiaro che arriverà il giorno in cui i pompieri butteranno giù la porta e mi troveranno in qualche angolo della casa consumato dalla fame, se non ci avrò già pensato io stesso a togliermi la vita in un modo che solo adesso sto iniziando a figurarmi.
Nella mia stanza, devo ancora valutare dove, in bella vista non appena varcata la porta, il primo a entrare noterà questi fogli, che probabilmente passeranno tra le mani di più persone, prima che qualcuno, forse un ispettore di polizia, li legga e finalmente sciolga ogni dubbio sulla mia scomparsa.
Lui apparve non più di tre mesi fa.
Io ne fui terrorizzato.
Sul letto, nel buio della mia camera, pensai di stare dormendo, ma al tempo stesso sapevo benissimo che non era così, perché chi dorme, e non importa in quale sogno possa precipitare, non sente distintamente il ticchettio della sveglia, le macchine oltrepassare di tanto in tanto il tratto di strada sotto la finestra e il battito del proprio cuore crescere all’impazzata come quello di un animaletto imprigionato.
Aprii gli occhi come a salvare la ragione da un violento incubo e quel grande, profondo occhio che era apparso per la prima volta nel nero del mio campo visivo, sparì immediatamente, lasciando posto a un’oscurità quasi totale attraverso la quale a malapena distinguevo i contorni del bicchiere sul comodino.
Richiusi gli occhi ed eccolo nuovamente, verde scuro, nitido, una membrana muscolare in soffice palpitazione, nudo, senza palpebre né ciglia, non inserito in nessuna orbita e quindi perfettamente sferico, un occhio sgranato che da quella notte, ogni notte, mi fissa nel buio.
Una volta, più per ossessione che per sperimentare le possibili cause delle apparizioni dell’occhio, ho spostato dodici ore avanti tutti gli orologi della casa e mi sono coricato. Come a voler dimostrare maggior furbizia egli non è apparso, ma quella stessa notte sì, puntuale come sempre, un bulbo lattiginoso non più grande di un cipollotto la cui pupilla, nera come una goccia di carbone, si dilata e si contrae come la bocca di una pianta carnivora che inviti un insetto a entrare.
Prima, durante il giorno, qualsiasi cosa stessi facendo, anche un riposo pomeridiano, l’occhio non mi perseguitava e io potevo chiudere le palpebre col sollievo di non essere scrutato contro la mia volontà. Questa era l’unica scappatoia che mi permetteva di non uscire di senno prima di quanto non sarebbe effettivamente successo.
Ciò che mi ha permesso di resistere così a lungo è che durante il primo periodo di allucinazioni ero ancora in grado di scrivere senza ricorrere a sforzi inumani per afferrare il senso dei miei pensieri, sebbene in alcune circostanze iniziassi a sentirli sfilacciati, indefiniti.
[porzione di testo indecifrabile]
Come potevo immaginare che l’occhio fungesse da catalizzatore e che avesse già iniziato a suggere idee, concetti e ogni cosa sgorgasse dalla mia mente?
Le cose sono cambiate nel giro di pochi giorni, quando l’unica certezza riguardo l’occhio, ossia che apparisse solo quando mente e corpo erano in procinto di abbandonarsi al torpore del sonno notturno, si è frantumata nell’attimo in cui il bulbo ha iniziato a perseguitarmi ogni istante della giornata, piantandosi nella mia cecità come un diamante sulla pelle scura di una donna.
Adesso lo vedo quando sbatto le palpebre, quando chiudo gli occhi sotto la doccia e quando, stanco per la giornata trascorsa, li massaggio con i polpastrelli per dar loro sollievo.
Posso vederlo anche in questo momento, viscido come un uovo senza guscio nel vuoto della mia mente.
So di non essere pazzo e che l’occhio esiste davvero perché sono convinto che qualsiasi fantasia prodotta, anche la più abbagliante, ha durata limitata nel tempo e soprattutto sa quando è il momento di emergere e quando restare al riparo sotto il peso degli altri pensieri.
Se l’occhio non nasce dalla mia immaginazione ne deduco che é concretamente estirpabile. Ma in che modo?
[porzione di testo indecifrabile]
Forse per arrivare a una soluzione, ammesso che esista, dovrei partire da più lontano e interrogarmi su un’altra questione, e cioè a chi appartiene l’occhio? Per quanto mi sforzi di ragionare non arrivo a nessuna conclusione principalmente perché non è racchiuso in nessuna orbita e non ci sono elementi che lo associno a un volto che, tra l’altro, non è detto che possa riconoscere come familiare. E’ come avere tra le dita un dente e dire a chi appartiene.
[porzione di testo indecifrabile]
Non posso neanche chiudere gli occhi per concentrarmi meglio sulle infinite possibilità che me lo ritrovo davanti come se volesse leggere i miei pensieri. Indubbiamente non è un occhio animale. Nessun altro occhio, se non umano, esprimerebbe quella fulgida sensazione di incertezza e solitudine trasmessa dallo sguardo ciclopico nella mia testa, accentuata dall’umida patina protettiva che lo ricopre, come se ci avessero appena pianto sopra. E’ così una bella immagine un occhio che piange in un altro occhio che mi infastidisce non poterla raffigurare mentalmente dato che lo spazio delle mie fantasie è ostruito da un parassita che assorbe ogni cosa provi a immaginare.
Perché è esattamente questo che la comparsa dell’occhio ha provocato! Avendolo davanti, sono in grado di riconoscere ogni tipo di oggetto, una sedia per esempio, in quanto vive nei miei ricordi, ma se tento di visualizzarla mentalmente [porzione di testo indecifrabile] l’unica cosa che riesco a produrre è un insieme curvilineo e informe senza significato che, per quanti sforzi faccia, in nessun modo riesco a rimodellare secondo ciò che mi ero proposto di pensare, la cui idea, nel frattempo, è completamente svanita dalla mia memoria.
Divorata dall’occhio dentro me.
E’ come quando non vi viene in mente il nome di una persona o di un luogo ma siete convinti di poterlo ricordare da un momento all’altro. Immaginate se vi capitasse con ogni pensiero, immagine o fantasia, ogni giorno, in ogni momento, sempre.
Per colpa di un intruso.
L’occhio ha fame di idee e più mi indebolisco più la sua forza ha il sopravvento. Devo interrompermi parecchie volte prima di rendermi conto di aver scritto appena poche righe, sulle quali sono costretto a ritornare dopo una prolungata pausa [porzione di testo indecifrabile] so che scoprirò sempre numerose lacune nel discorso, errori di sintassi, parole incomprensibili, lettere accostate a caso, il che rende la stesura della lettera atrocemente estenuante, ma indispensabile se voglio che non mi reputiate un codardo fuggito dal peso delle responsabilità, ma una persona che ha combattuto contro un male arrivato improvvisamente.
L’angoscia che l’occhio avrebbe intaccato non solo i miei pensieri si è fatta realtà.
Una mattina, appena sceso dal letto e aver compiuto due passi verso la porta, mi sono involontariamente piegato su un ginocchio senza sapere come agire per continuare a camminare. Ho chiuso gli occhi e ci siamo guardati. Il pensiero di come proseguire l’azione, di mettere un piede davanti all’altro, si è sbriciolato nel buio della sua pupilla. Ho riacquistato la coordinazione delle gambe dopo un prolungato minuto in cui cercavo di mantenere calmo il respiro per non venir sopraffatto da una crisi di panico.
Ora capita che per raggiungere il bagno ci impieghi un quarto d’ora e una volta lì, prima di capire cosa ci sia andato a fare, già mi si sono inzuppati i pantaloni. Raramente riesco a cambiarmi i vestiti. Al posto di camminare, visto che a volte mi riesce impossibile, mi siedo per terra e scivolo sulle natiche fin dove desidero arrivare. In sostanza devo escogitare nuovi sistemi di spostamento per eludere la forza che l’occhio esercita sulle mie facoltà motorie. Spesso uso la sedia della scrivania. Ha le rotelle. Non importa dove vado, basta che mi muova. Mi spingo con le gambe quando l’occhio libera i miei movimenti e anche se finisco a sbattere contro il muro alle mie spalle è una conquista che mi rende felice.
Ho paura di accendere i fornelli perché non so se sarò in grado di spegnerli.
Ho paura di aprire la finestra perché non so se sarò in grado di chiuderla.
Ho paura di chiedere aiuto perché non voglio finire rinchiuso in nessuna casa di cura.
Preferisco morire che pesare sulla vita di qualcuno.
Anche se volessi comunicare non riuscirei a farmi capire. Ho provato a parlarmi davanti allo specchio e con orrore mi sono reso conto di non essere capace di far uscire alcun suono dalla mia gola.
Concettualmente sono già morto [porzione di testo indecifrabile] ma prima di andarmene fisicamente voglio che l’occhio muoia con me.
Dopo un pomeriggio intero ce l’ho fatta. Ho raggiunto la cassetta degli attrezzi nel ripostiglio e ho preso questo cacciavite.
Farò quello che va fatto.
In questo momento, lottando contro l’occhio, riesco a figurare il mio unico e ultimo pensiero.
E’ bellissimo.
E’ nero.

2 commenti:

pRobLeMgiRl ha detto...

i really love it!! ^^ a very good work..l'unica cosa..in alcuni punti scarseggia d punteggiatura =D

Filippo Santaniello ha detto...

l'ho riletta, non trovo il punto dove manca la punteggiatura, comunque è proprio una storia malata, son contento che ti piaccia.
ao chiamame per stasera!