sabato 9 gennaio 2010

Il Virus del Blues


A Los Angeles, negli anni 80, s’aggirava uno stupratore. Indossava un impermeabile Playmouth grigio e il suo cuore innaffiato di tequila era come i camperos che portava ai piedi: inzaccherato di fango e polvere del deserto del Mojave. Sboccato, osceno, martire di se stesso, Jeffrey Lee Pierce era uno stupratore atipico. Non straziava corpi umani. Le sue vittime erano le radici musicali del rock americano. In testa ai suoi Gun Club s’avventava su di esse con la ferocia di un Ted Bundy al culmine dell’eccitazione sessuale. Afferrate le roots per il collo, amava scorticarle a colpi di lurido punk, oltraggiarle con liriche demoniache e depravate. Le demoliva. Le annientava. Diabolicamente, riconvertiva i canoni del country e del blues in un ibrido viscerale dannatamente seducente.
Giamaica. Terra magica. Voodoo e culti atavici. Il giovane Jeffrey s’imbeve di ciò che incontra durante agitate peregrinazioni nelle terre caraibiche e poi, dopo aver distillato il tutto con abusi di stupefacenti, ritorna a L.A. Qui, circondato da vecchi dischi blues, abbandona la chitarra, passa al microfono e trasforma i Creeping Rituals in Gun Club. Ma la California non è il Mississippi e a Los Angeles, feroce metropoli-vampiro, la riesumazione della ruralità della musica folk afro-americana non può prescindere dalle inquietudini e dalla rabbia post punk. Ne nasce qualcosa di mai sentito prima, una febbricitante creatura che tuttora istiga i cultori di musica rock a battibeccarsi sul genere d’appartenenza. Post punk, d’accordo, ma non basta. I Gun Club miscelano lo psychobilly dei Cramps col delta blues di Son House e Robert Johnson, rincorrono Bo Diddley lungo autostrade fantasma, costruiscono tribali giochi di luce nell’umida vegetazione di giungle afose e dimenticate. Nel 1981, con Pierce alla voce, Ward Dotson alla chitarra, Rob Ritter al basso e Terry Graham alla batteria, la band registra Fire Of Love, primo enorme passo verso un destino che li vorrà emarginati protagonisti di una rivoluzione biologico-musicale che solo con Jon Spencer sarà ampiamente riconosciuta: la corruzione della sacra tradizione blues attraverso il purulento virus del punk.

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