domenica 31 gennaio 2010

Strani crani

Da candido manto 

a fetido fango
in appena due ore
si scioglie la neve
come l’amore.

Strani crani.
Mi avvicino e ti rintani.
Strani crani.
Ti accarezzo e tu mi sbrani.

sabato 9 gennaio 2010

Il Virus del Blues


A Los Angeles, negli anni 80, s’aggirava uno stupratore. Indossava un impermeabile Playmouth grigio e il suo cuore innaffiato di tequila era come i camperos che portava ai piedi: inzaccherato di fango e polvere del deserto del Mojave. Sboccato, osceno, martire di se stesso, Jeffrey Lee Pierce era uno stupratore atipico. Non straziava corpi umani. Le sue vittime erano le radici musicali del rock americano. In testa ai suoi Gun Club s’avventava su di esse con la ferocia di un Ted Bundy al culmine dell’eccitazione sessuale. Afferrate le roots per il collo, amava scorticarle a colpi di lurido punk, oltraggiarle con liriche demoniache e depravate. Le demoliva. Le annientava. Diabolicamente, riconvertiva i canoni del country e del blues in un ibrido viscerale dannatamente seducente.
Giamaica. Terra magica. Voodoo e culti atavici. Il giovane Jeffrey s’imbeve di ciò che incontra durante agitate peregrinazioni nelle terre caraibiche e poi, dopo aver distillato il tutto con abusi di stupefacenti, ritorna a L.A. Qui, circondato da vecchi dischi blues, abbandona la chitarra, passa al microfono e trasforma i Creeping Rituals in Gun Club. Ma la California non è il Mississippi e a Los Angeles, feroce metropoli-vampiro, la riesumazione della ruralità della musica folk afro-americana non può prescindere dalle inquietudini e dalla rabbia post punk. Ne nasce qualcosa di mai sentito prima, una febbricitante creatura che tuttora istiga i cultori di musica rock a battibeccarsi sul genere d’appartenenza. Post punk, d’accordo, ma non basta. I Gun Club miscelano lo psychobilly dei Cramps col delta blues di Son House e Robert Johnson, rincorrono Bo Diddley lungo autostrade fantasma, costruiscono tribali giochi di luce nell’umida vegetazione di giungle afose e dimenticate. Nel 1981, con Pierce alla voce, Ward Dotson alla chitarra, Rob Ritter al basso e Terry Graham alla batteria, la band registra Fire Of Love, primo enorme passo verso un destino che li vorrà emarginati protagonisti di una rivoluzione biologico-musicale che solo con Jon Spencer sarà ampiamente riconosciuta: la corruzione della sacra tradizione blues attraverso il purulento virus del punk.

lunedì 28 dicembre 2009

Veleno

Buio presto.
Buio pesto.
Un altro inverno
che non hai chiesto
arriva lesto, arriva adesso.
Lo zerbino, consumato
come le unghie di un’isterica,
non trattiene più il freddo
delle scale condominiali
e il fiato di Gennaio,
veleno,
scivola sotto la porta
ghiacciando il corridoio.
Di nuovo, come un caffé,
sali lenta fin da me
che non ho neanche
il tempo di sanguinare
mentre mi faccio la barba.
Il vecchio ascensore
ti accompagna pigramente
fino al pianerottolo,
mentre il fiato di Gennaio,
veleno,
scivola sotto la porta
ghiacciando il corridoio.
Invece basta una moka
per scaldare la cucina.

lunedì 5 ottobre 2009

Piano piano nell'orecchio

Sei come una bella storia.
Ma le storie sono di tutti e passano di bocca in bocca.
Sei di chi a letto ti consuma prima di puntare la sveglia,
di chi al bar fa andare la lingua non soltanto per chiedere il rabbocco,
di chi usa la fantasia e t’inventa dal nulla per apparire come non è,
di chi dice d’avere il coraggio di viverti sulla propria pelle,
di chi scrive di te perché non ti avrà mai.
E di chi di notte t’ascolta…
con la testa sul cuscino e gli occhi chiusi,
raccontata piano piano nell’orecchio…
perché a me non piace che le belle storie siano di tutti.
Piano piano nell’orecchio…
senza che nessuno ti senta,
mentre al bar si chiedono dove sei finita.

domenica 20 settembre 2009

Niente chiavata della buonanotte

La mia finestra affaccia su un piccolo parco. Ci sono quattro panchine di ferro battuto e anche se è notte fonda distinguo chiaramente la donna distesa su una di esse. Non so il suo nome, ma so che non sta dormendo, e anche se a prima vista potrebbe sembrare una disgraziata gonfia di vino so che non lo è. Quella donna, che doveva essere la mia chiavata della buonanotte, è morta due ore fa. Vi potete fidare se ve lo dico.
L’ho uccisa io.
Lo so. E’ tremendo, atroce. Assolutamente d’accordo…
Ma dite, siete voi a decidere quando improvvisamente la vostra mano s’avvicina alla guancia per darvi sollievo dal prurito?
Certe cose non si possono controllare. Sbaglio?
Non scelgo le mie vittime. Sono loro che scelgono me. Volano come mosche nella tela del ragno. Io mi limito ad aspettare, annoiato come le troie, guardando distrattamente oltre le teste degli altri.
Prima o poi si è ricompensati.
Come stanotte.
Anche se le cose non sono andate per il verso giusto.
Regola principale. Girare spesso, non frequentare mai lo stesso posto più di una volta alla settimana.
Un paio di ore fa mi trovavo al bancone del Neu.
Sinceramente non sopporto la musica troppo alta, così ho proposto alla ragazza che avevo puntato da un po’ e che finalmente s’era decisa ad avvicinarsi, (peccato per gli zigomi un po’ troppo squadrati) di uscire all’aria aperta. Lei mi ha seguito e davanti all’ingresso del locale non è stato difficile convincerla ad accompagnarmi a comprare un pacchetto di sigarette.
Il Neu è perfetto. Isolato. Fuori città. Nessuno fa domande se per raggiungere il tabaccaio più vicino propongo di fare un salto in macchina.
Lei ha bevuto molto e mentre guido smette di parlare solo quando…
“Cristo!”
Affondo di colpo il piede sul freno.
La macchina slitta sull’asfalto umido e io mi accosto cautamente sul ciglio della strada. Catapultata come un macigno verso il cruscotto, la vedo sbattere forte le ciglia. Sembra un bambino che affoga.
“Cos’era?” Si drizza sul sedile, lo sguardo disorientato.
“Un animale mi sa.”
“Non ho sentito la botta… L’hai preso sotto?”
“Sicuro.” Slaccio la cintura di sicurezza e apro lo sportello della macchina.
“Che fai?”
“Do un’occhiata.”
Fingo di controllare fanali e parafango. Non ci sono né tracce organiche, né ammaccature. Accarezzo la carrozzeria e osservo quello che potrebbe essere sangue di cane.
La mia mano è perfettamente pulita.
Quando lei sporge la testa dal finestrino la sua voce suona pungente nella notte placida:
“Cosa c’è?”.
“Non lo so. C’è del sangue.”
Scende dall’auto e mi raggiunge davanti al cofano caldo. Immobile, fisso gli insetti che sbattono ciecamente contro il vetro dei fanali.
“Dopotutto”, dico. “Non sono tanto diversi da noi.”
“Come?”
Le rifilo un brutale pugno sulla tempia e l’afferro tramortita tra le braccia. Poi, dopo averla adagiata sull’asfalto, la soffoco con le mie stesse mani.
Altra regola fondamentale. Naturalezza. Comportarsi nel modo più disinvolto possibile. Io lo faccio sempre. Parcheggio la macchina vicino casa, prendo in braccio il corpo della ragazza e salgo in ascensore fino al mio appartamento.
Abuso di lei tutta la notte.
Solo così vado a letto sereno e mi sveglio nel pieno delle forze, anche se il giorno dopo arriva il grosso del lavoro. Sbarazzarsi di un cadavere è un’operazione che richiede cura nei minimi particolari, ma non è così problematico come molti di voi pensano.
Una volta, davanti l’ascensore (avevo una bionda tra le braccia) ho incrociato un tale che mi guarda e mi fa: “Idem mia moglie… Non le si sta più dietro se ha un bicchiere in mano.”
Abbiamo riso.
Guardo l’ora. Le 04:12.
Il parco è deserto e lei sempre lì, debolmente illuminata dalla luce opaca dei lampioni.
Appostata vicino all’ingresso del palazzo, anche la macchina della polizia non s’è mossa.
Bastardi! Mi sono accorto di quei figli di puttana appena ho svoltato nella via di casa.
Sono in due. L’agente alla guida ha fumato tre sigarette da quando li osservo. Adesso accende la quarta e il collega abbassa un altro po’ il finestrino.
Sono lì per me?
C’è stata qualche segnalazione?
Ho corso un rischio tremendo a non lasciare la ragazza in macchina, ma se i poliziotti avessero fatto un giro di controllo e l’avessero notata sarebbero risaliti a me dalla targa. Inoltre non avevo altre possibilità per controllarla senza sforzo dal terzo piano del palazzo. Sono sicuro che dalla posizione in cui si trovano gli sbirri non possono vederla. La visuale di quel preciso angolo di parco è ostruita da un camion da trasloco parcheggiato proprio lì davanti.
C’è solo da aspettare che le merde si levino dai coglioni. In quel caso non ci sarebbero problemi, se dovessero scoprire la ragazza mentre se ne vanno quasi certamente la scambierebbero per una senzatetto e tirerebbero dritti. Se solo…
Un momento… Evviva il cervello!
Vado al telefono e compongo il 113. Dico di abitare in via Faenza, la mia parallela. Spiego che in strada si sta consumando una violenta rissa tra stranieri ed è da molto che va avanti. M’informano che mandano subito una pattuglia. Molto bene. Ringrazio e torno alla finestra, con la speranza di vedere l’auto accendere fari e motore, immettersi in strada e svoltare a sinistra.
Ovviamente non succede niente di tutto ciò.
Devo uscire di casa! Coraggio!
Cercando di mantenere l’aria di uno che sta andando ad affittare un film, supero gli sbirri facendo finta di non accorgermi di loro, ma quando sono tra le ombre del parco mi rendo conto di non avere la minima idea di come portare su il corpo esanime della ragazza.
Dall’altro lato della strada c’è una fermata dell’autobus. Di quelle con la tettoia. La raggiungo, mi siedo e resto in attesa di un barlume.
Alcuni minuti dopo non capisco se è un’ombra quella che vedo scivolare tra le panchine, o uno strano gioco di luce prodotto dai rami degli alberi.
Trattengo il fiato.
Immobile, fisso l’ingresso del giardino.
Vento non ce n’è. L’aria è piatta.
All’improvviso, a un colpo di tosse che pare uscito dalla gola di Mangiafuoco, segue un robusto scaracchio che schiocca sull’acciottolato come un colpo di frusta.
Un vecchiaccio lordo con una bottiglia di non so cosa in mano si sofferma sotto il fascio di luce di un lampione e lì resta per qualche secondo, muovendo circolarmente il bacino come se si stesse sgranchendo per un match di hola hoop. La sua faccia ha lo stesso colore giallognolo di dita macchiate di nicotina.
Poi si ferma. Improvvisamente.
So quello che ha visto il figlio di puttana.
Non posso fare nulla. Non posso andare lì e tentare di fargli cambiare idea. Sbronzo com’è inizierebbe a ululare come un coyote con le vesciche al culo facendo balzare lì la polizia in un baleno.
A passi incerti s’avvicina alla ragazza. La guarda per un minuto abbondante. Alla fine decide di scuoterle una spalla.
Crederà di aver trovato una più sbronza di lui.
Come previsto non perde tempo. Rapidamente, controfigura di un bulletto che sta decidendo se rubare le caramelle al supermercato, si guarda attorno con gli occhi fuori dal cranio.
A sfilare la gonna e le calze della morta ci mette meno che a slacciarsi la cintura, e felice com’ero io prima di vedere quelle teste di cazzo davanti casa, le monta addosso che è un piacere, non prima di averle passato una mano fradicia di saliva sulla fica.
Una sciccheria!
Poi c’è qualcosa che non va. L’uomo esita, si scosta e guarda tra le gambe nude e pallide della ragazza con aria perplessa. Infine, come se stesse rivoltando un materasso, la gira con la schiena verso l’alto e torna a farsela così, da dietro.
Dopo quaranta minuti di solenne chiavata il pezzente si drizza in piedi, raccoglie la bottiglia che aveva posato a terra e con le braghe calate ne trangugia una lunga sorsata.
Soddisfatto, prima di rialzarsi i pantaloni, rigira il cadavere nella posizione in cui l’aveva trovato, forse ansioso di non lasciare segni della sua impresa. Regala un rutto alla notte e se ne va.
Alle 6 sono ancora sotto la tettoia. Il cielo si è ormai schiarito e di tanto in tanto qualche pedone assonnato mi sfila davanti guardandomi distrattamente. Per lo più persone anziane che sembra non abbiano idea di dove strascinare i piedi, costrette a uscire dalle fauci dei palazzi dalla forza dell’abitudine.
Ho addirittura il privilegio di assistere alla prima fermata dell’autobus! Non scende nessuno, io non salgo e il conducente riparte grattando la marcia.
Mezz’ora dopo il traffico torna ad appestare le strade e finalmente i poliziotti, come se la luce del sole potesse arderli da un momento all’altro, si scollano dai coglioni.
Casa! Finalmente!
Riattraverso il parco passando il più possibile vicino alla panchina e, senza soffermarmi troppo, guardo verso il sesso scoperto della ragazza.
Sinceramente non ricordo se m’aveva detto il suo nome, ma probabilmente, se andassi a sbirciare la sua carta d’identità, scoprirei d’aver assassinato un certo Gennaro, o Ettore, il cui cazzo floscio timidamente rischiarato dalle prime luci del giorno sembra il pesce d’Aprile d’uno squilibrato.
L’aver ucciso un transessuale mi fa sentire triste e depresso. Ho sempre rispettato il loro essere ai margini della società. La mia migliore amica è un trans e mi manca molto, ora che si è trasferita a Francoforte.
Acuto come un angolo, un grido di donna costringe un ragazzo col cane a girarsi bruscamente. Il cane abbaia, ma il guinzaglio lo strozza.
Io tiro dritto. Di sicuro qualche signora si è imbattuta nell’oscenità senza vita del parco. Immagino che nel giro di qualche minuto la zona sarà più in fermento di un Multisala.
Con la mente proiettata a dove andare a caccia da mezzanotte in poi (il Waves? Il Double Dare?) tiro fuori le chiavi del portone e sbircio come sempre verso i quotidiani del giornalaio. Mi avvicino per leggere meglio: “Calciatore minacciato. Chiede e ottiene scorta notturna sotto abitazione.”
Al centro della pagina, a colori, la foto del mio palazzo e una macchina della polizia.
Credo che il cuore abbia smesso di battermi per cinque secondi interi al pensiero di niente più chiavate della buonanotte!
Pensandoci bene, però, ho un pretesto per trasferirmi dove ho sempre desiderato. Fuori città. Lì sì che è molto più propizio coltivare un hobby come il mio.
A casa mi affaccio alla finestra.
Un gruppo di persone ha circondato la panchina del parco e un uomo in giacca e cravatta parla animatamente al telefono. Forse con la polizia. Un bambino indica col dito il membro flaccido della salma tirando la mamma per il tailleur.
Il camion dei traslochi non s’è mosso.
Col buio non me n’ero accorto, ma qualche simpaticone ha imbrattato il fianco del furgone con una cubitale N di spray rosso qualificando la ditta in traslochi per transessuali.
O forse di transessuali.
Magari, penso, se chiamo la TraNslochi De Lieto ci pensano loro a ripristinare la moralità del quartiere.

lunedì 31 agosto 2009

Quarto piano. Scala C

La Terra gira su un’orbita più schifosa
delle notti in cui ti fissi
sul respiro soffocato della tangenziale.
C’è un tratto sotto la finestra
in cui le macchine sono costrette
a scalare in seconda.
Dalle tapparelle abbassate il rumore
è di gole asfissiate.
Il preservativo è come il suo sguardo.
Pallido.
Sorride carnivora e gode per disperazione
perché non sa fare altro,
il sesso caldo come le lacrime
che cerchi di nascondere.
Una volta era il desiderio a rendervi belli,
adesso lei è una puttana
ma le vuoi bene.